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Paola Moglia
testo critico di Donata Ardigò
Nelle sale della Casa del Rigoletto, la ricerca di Paola Moglia si manifesta come un attraversamento della materia, un viaggio che conduce dal fuoco del colore al respiro del bianco, fino alla tensione silenziosa dell’acciaio.
Il colore è l’origine: una vibrazione che accade prima della forma, come un battito primordiale.
Le superfici rosse, incandescenti e vive, non raccontano soltanto un’immagine, ma custodiscono un movimento interno, un’energia che sembra nascere dal profondo e aprirsi nello spazio, trasformando la tela in un luogo di apparizione.
Il bianco è il tempo che segue il gesto, la sospensione dopo l’urto della luce.
Nelle opere materiche la superficie si fa paesaggio, traccia, memoria: pieghe, rilievi e frammenti emergono come segni lasciati dal vento o dalla neve, e il silenzio diventa materia visibile. Qui lo sguardo non è chiamato a osservare, ma ad ascoltare.
L’acciaio, infine, è la materia che prende corpo nello spazio reale: duro, resistente, eppure duttile capace di piegarsi in movimenti inattesi, quasi organici. Le forme metalliche catturano la luce e la restituiscono trasformata, come se la forza stessa della materia custodisse una possibilità di volo.
Colore, bianco e acciaio non sono quindi tre linguaggi distinti, ma tre soglie della stessa esperienza: l’energia che nasce, il silenzio che accoglie, la forma che permane. In questo percorso la materia non è mai immobile: respira, si tende, si trasforma, e invita chi guarda a riconoscere, dentro ogni superficie, il passaggio invisibile tra fragilità e resistenza, tra peso e leggerezza, tra terra e desiderio di cielo.
Donata Ardigò