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La storia della casa del mercante

La Cervetta,
Ultimo aggiornamento: 25 marzo 2019


La «casa del mercante» è una delle più belle pagine di storia architettonica locale: sulla dimora di Giovan Boniforte da Concorezzo, ecco alcuni cenni della studiosa Palvarini Gobio Casali tratti dal suo studio del 1964.

Ma avrei pensato di riprendere l'argomento, con attenzione e nostalgia, - quanto tempo è passato da quel primo lavoro! - sulla mia pubblicazione riguardo «La casa di Giovan Boniforte da Concorezzo», edita a Mantova nel 1964 dalla tipografia «L' Artista» di Cesare Gobbi. L 'aveva voluta l' ing. Gino Norsa, allora proprietario del complesso edilizio (che comprende oltre alla casa-bottega anche I 'antica torre del Salaro ), prima di cederlo ai cugini perchè si perpetuassero il nome e l' attività della famiglia da cui egli proveniva, da più d'un secolo proprietaria del negozio di tessuti, cioè da quando il 6 giugno 1844 l' avv. Giacobbe Massarani l' aveva venduto alla ditta Prosperini e Norsa. Quest'ultimo cognome era già presente nella zona del 1776, quando un certo Deodato Norsa domandava di poter restaurare un muro contiguo alla torre del Salaro: segno evidente che la famiglia doveva possedere qualche stabile attiguo alla casa in questione. La dimora di Boniforte manteneva così l' antica destinazione d' uso per cui era stata costruita, cioè una bottega di tessuti con abitazione del proprietario, anzi rimane ancora oggi uno dei pochi esempi architettonici in cui memorie storiche ed esigenze di moderna funzionalità si suturano in omaggio alla tradizione. Nel libro raccontavo - sulla base dell'analisi dei documenti custoditi nell' Archivio di Stato di Mantova - l' ascesa della famiglia milanese dei «da Concorezzo», che nel secolo XV s' era stabilita nella nostra città ed aveva sviluppato un vasto commercio di lana e tessuti con il favore degli stessi Gonzaga. Era stato poi Boniforte a dare ulteriore impulso all' attività paterna, tanto da ampliare i sei negozi gestiti da Bertone e da aggiungervi la sua bella casa-bottega, costruita nel 1455 proprio nel centro d'ogni scambio commerciale della città. Era il tempo in cui il marchese Ludovico II operava grandi trasformazioni nel suo dominio e la città rientrava in un grande progetto di ampliamento e rinnovo sotto il segno dell'imperante Umanesimo. In vista della costruzione della Basilica di Sant' Andrea, progettata da Leon Battista Alberti, il marchese faceva sistemare lo spazio circostante all 'architetto toscano Lucca Fancelli, il quale dava all' intera zona (le odierne piazze Mantegna e Delle Erbe) quel tocco armonioso e gradevole che contraddistingue ogni sua fabbrica in territorio mantovano. Fierissimo della sua bella casa, tutta adorna di terracotte lavorate come un pizzo e di fregi scolpiti nella pietra come fiori sulla stoffa, Boniforte difendeva la sua proprietà dalle interferenze del Fancelli, che voleva sistemare l' area di raccordo tra la piazza dinanzi a Sant' Andrea e l' adiacente mercato. Era poi intervenuto nella contesa il marchese Ludovico, il quale ben conosceva Boniforte e perciò indicava al Fancelli il modo di trattare il mercante, poichè «bixogna lassarlo dire et non farne stima. . . perchè è di tal natura che mal se ne poteria contenire», lasciandoci così un ritratto indelebile del suo caratteraccio. Nel corso degli anni però si sono aggiunti, attraverso le ricerche, altri particolari che mi hanno chiarito alcuni aspetti che forse meritano d' esser segnalati in questa sede . Innanzitutto la decorazione in cotto. Come avevo già intuito, essa va ricollegata non tanto ad esempi troppo lontani da Mantova, bensì all'enorme campionario di decorazioni fittili a stampo, uscite dalle fornaci lombarde per tutto il Quattrocento, di cui abbiamo numerose e visibili tracce nell' architettura laica e religiosa cittadina, nonchè in frammenti conservati nel Museo di Palazzo Ducale poichè provenienti da edifici scomparsi. Peraltro il gusto, di accostare liberamente pezzi a stampo in modo da creare giochi di archetti, nicchie, cornici di gronda e marcapiani di facile e piacevole effetto, è costante nell' architettura mantovana dal Trecento al Quattrocento, anche se nella casa di Boniforte trova forse l' esempio più lussureggiante e ricco di spunti che esista nel nostro territorio. Anche la decorazione marmorea della casa-bottega, una volta caduta la transenna in legno che ne copriva l' intera fascia sopra l' entrata, ha rivelato pienamente il suo vero scopo: quello di immortalare i simboli delle arti e dei mestieri, tra cui naturalmente anche quello dei mercanti di lana e seta a cui Boniforte apparteneva e che qui è simboleggiato dal grosso imballo trattenuto da corde che si vede scolpito nella sequenza soprastante le colonne del portico. Una volta girato l'angolo verso piazza Mantegna, appare anche scolpita una piccola insenatura. Forse è l' immagine dell' attracco usato a Porto da Boniforte, che qui aveva un mulino per macinare, vendere e trasportare «valania» ovvero possedeva una conceria dove faceva tingere e lavorare panni e cuoio con il tannino estratto dalle querce e di cui aveva l'appalto, come si apprende dai documenti rinvenuti. Era inoltre padrone di terre ed armenti che pascolavano tra Cerlongo e le colline di Volta; il pellame e la lana erano infatti alla base delle attività commerciali di Boniforte, che era anche fornitore della corte dei Signori di Mantova, nella quale evidentemente era considerato un familiare giacchè aveva sposato una certa Bartolomea Gonzaga. Sebbene siano dunque numerose le notizie sulla figura del committente, non resta invece nulla da aggiungere sul conto dell' architetto o degli anonimi artefici che progettarono, costruirono e decorarono l' edificio in questione. A parte un incompleto intervento del Fancelli per adeguare l' incorniciatura delle finestre affacciate sulla piazza Mantegna al linguaggio rinascimentale di tutta questa parte prospiciente Sant' Andrea, non ci sono altri elementi validi per avanzare fondate attribuzioni, anche perchè dei numerosi architetti allora al servizio del marchese Ludovico - i già citati Fancelli ed Alberti, ma anche Giovanni da Padova, Antonio Manetti, forse il Laurana, Giovanni Antonio d' Arezzo, e molti altri meno noti - resta ben poco per poter trovare riscontri e convalidare ipotesi . Non resta altro che ammirarla, la casa di Giovan Boniforte, poichè rimane un rarissimo esempio di architettura quattrocentesca ben conservata, frutto dell' ambizioso gusto estetico del committente e risultato piacevole del lavoro di maestranze locali, giunte ad un livello operativo degno di nota nell' uso della pietra e della terracotta.

di MARIA ROSA GOVIO CASALI VALPARINI



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