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Il Natale nelle Pagine di Ieri

La Cervetta,
Ultimo aggiornamento: 26 ottobre 2020


Nelle pagine di un vecchio libro sulle «tradizioni popolari nel mantovano», la giornalista Fiorella Marino ha trovato le abitudini, le credenze e i riti culinari delle feste dicembrine. Ci parla di questa nostra cultura locale in parte dimenticata; la nota è piacevole e un poco malinconica.

«Santa Lusìa, mama mia, porta robe in scarpa mia; con la borsa del papà santa Lusìa portarà; se 'l papà non ghe mete, resta v ode le scarpete», , . Nei ricordi di ognuno - di quando 1 'unica stanza calda della casa era la cucina - c'è più di una filastrocca come questa. E con la filastrocca e i ricordi, le emozioni. Ora che gli alberi sono spogli, ora che il freddo ha indurito come roccia le piane di terra arata, ora che la nebbia è la materializzazione stessa della nostalgia, è più facile fermare il ritmo frenetico dei giorni, per sostare un attimo, riflettere, ritrovare ricordi, tradizioni e radici, abbandonarsi. E basta un libro, Dalle pagine ingiallite di «Tradizioni popolari nel mantovano» del Tassoni (Ed. Olschki} c'è un intero, godibilissimo capitolo, «Ciclo natalizio», capace di strappare più di una suggestione. Com'erano le feste, una volta? Quella di Santa Lucia proponeva ai bambini di lasciare sulla porta di casa un po' d'acqua e di fieno «per ristorare il ciuchino», Succede anche oggi? «Santa Lusìa, la not pù longa ch'agh sia».., Poi arriva il Natale, ed era festa anche per i grandi. «Bone feste e bon Nadal e bona caran da nimal», andavano ad augurare in giro i poveri, augurandosi a loro volta di poter riempire di carne di maiale ¬ma anche di sacchetti di farina e di fiaschi di vino - la carriola che si portavano appresso. Così il Bignami ne «La lettura» descrive la vigilia di Natale di allora: «... Il cenone di magro della vigilia non s'imbandiva che dopo le otto... Le massaie con le maniche rimboccate raschiavano le squame, aprivano il ventre ai pesci, li lavavano in grandi catinelle di rame, li infarinavano e li facevano cuocere nelle più diverse e appetitose maniere. Tutto quel giorno si doveva stare a digiuno, meno un semplice caffè nero alla mattina e, solo per noi piccini, una tazza di cioccolata, senza latte, a mezzodì. Per farci coraggio e renderci pazienti, la vecchia domestica ci assicurava che in quel giorno digiunavano anche gli uccellini nel bosco!»". Il Tassoni invece parla, qualche anno dopo, dello speciale «pan 'd Nadal» che accompagna la veglia, intinto nel bicchiere colmo di vino invecchiato. E aggiunge: «Altri cibi di rito allietano la gran cena di ceppo, quale augurio di abbondanza per tutto l'anno: le chiocciole stufate, l'anguilla marinata, i nadalin impastati con olio e pepe». E aggiunge, sulle stesse pagine del libro, il conterraneo Tomaso Monicelli: «La notte della vigilia, una compagnia di cantori, uomini e donne, si riuniva, andava in lenta processione al paese, Era l'ora della cena: si compiva il rito natalizio. Le vie erano deserte, le case e le botteghe chiuse, le finestre illuminate: il paese mangiava in un raccoglimento solenne. . , Allora si spandeva nella notte cristiana il canto della compagnia. . . ' 'Noi siamo i tre re venuti dall' Oriente per adorar Gesù". Care memorie. I bambini s'affacciavano ai vetri con un piccolo timore delizioso, immaginando di vedere i re della leggenda, con le lunghe barbe bianche, ammantati d'oro e di gemme, e il corteggio orientale che portava sui cuscini di porpora i doni al Re dei Re. Intorno alla tavola si taceva un poco gravi, un poco commossi, nella mollezza della digestione, nel tepore della stanza ben riparata. . . Allora le voci dei cantori intonavano "O gente, o buona gente, tu che in camera stai serrata, qui di fuori che tira vento ci sentiamo lo core giassar. Fate la carità benedetti da Dio. Dare non dare, è la notte di Natale. Padron di casa, se l'orazion vi piace, fate l'elemosina che n'anderemo in pace". Il più vecchio della famiglia, l'avo taciturno, volgeva intorno agli occhi onesti e tardi, consentendo al rito caritatevole... ». A Castiglione invece, secondo il Tassoni, i questuanti chiedevano «al caldù», ovvero offerte di legna e farina. Andavano in giro accompagnati da uno o due chitarristi con cui recitavano una nenia, «La pasturela», che finiva con questa strofa «Chi la sa e chi la dis, Dio 'gh dona el Paradis; chi la sa e chi la canta, Dio 'gh dona la gloria santa». Era in cucina che il Natale trovava, ieri come oggi, le celebrazioni migliori. Piatto di rigore, i tortelli di zucca. Seguivano l'anguilla marinata, o il cefalo in gradella, la mostarda, il formaggio fresco, torrone e dolci casarecci. Intanto nel focolare ardeva «al soch 'd Nadal», rigorosamente di gelso, che doveva bruciare fino a Santo Stefano: simbolo della continuità familiare. Era diffusa la pratica di battere «al soch» con le molle per farvi sprizzare le «falive», dal cui numero si traevano i pronostici. Inoltre, del «soch» si tenevano in serbo alcune schegge «per bruciarle al fuoco dei bachi». Una leggenda vuole che nella notte solenne gli animali si mettano a parlare e che i morti visitino il «santuario domestico». Per questo, in antico, nei paesi attorno a Felonica e al Poggio, nessuno andava a fare «filò» nelle stalle, mentre la cucina, dopo una certa ora, doveva restare deserta con la tavola apparecchiata e provvista di vivande, «per nutrire i morti di dolci ricordi». L 'olio e il pane avanzato dal cenone erano conservati per poterli usare come cura di qualche lieve malessere; cosi l 'aceto, che più tardi sarebbe servito per innaffiare i garofani e dar loro i colori screziati; e così le mele e le pere, «per cavarne semi di sicura germinazione» . A Romanore e a San Cataldo erano dell'opinione che, se il primo ad uscire di casa dopo la cena di Natale fosse un uomo, anche nella stalla il primo a nascere sarebbe stato un animale maschio. E viceversa. Invece se nasceva un bambino, immancabilmente veniva chiamato Nadalin, e di sicuro il suo corpo si sarebbe mantenuto intatto dopo la morte, per divina predilezione. Non potevano mancare i proverbi: «Bel Nadal, brut Carnaval. Nadal solon, Pasqua stison»; e anche «La nef, prima 'd Nadal, l'è madar, dop Nadall'è madregna». E ancora «Quand Nadal al vegn in dmenga vend al ho e tegn la melga, e tegnla près ad ti, fin che Nadal al torna in venerdì». Quest'ultimo proverbio è l'esatto opposto di quello di Suzzara «Quand Nadal al vegn in dmenga, vend al fen e cumpra la melga: tegnla près ad te, fin che Nadal al vegn in venarde».

FIORELLA MARINO



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