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Testimonianze mantovane

La Cervetta,
Ultimo aggiornamento: 08 luglio 2020


di Enrico Genovesi


Quando gli Americani, nel settembre del 1943, sbarcarono a Salerno e successivamente presero Napoli, avevano alle spalle, oltre a mezzi colossali, una miriade di corrispondenti di guerra.
I quali fotografarono tutto quello che c'era da fotografare. Neanche dirlo, i loro i giornali non aspettavano altro che immagini e corrispondenze: soldati americani che sbudellavano soldati tedeschi, carri armati americani che inchiodavano Panzer tedeschi, caccia americani che abbattevano aerei tedeschi e anche bombardieri americani, ahimè, che spaccavano tutto quello che c’era da spaccare sulla nostra terra. Fotografie a milioni per la delizia, del resto naturale e giustificata, del popolo vincitore; ma la fotografia più famosa di quel tempo (e qui volevo arrivare) non rappresentava affatto una scena di guerra. Era un'immagine del tutto inopinata: un giovane soldato americano prosternato in lacrime sulla tomba di Caruso. Una fotografia che commosse profondamente tutti gli Stati Uniti d'America. Certo, il grande cantante italiano era stato amato per non dire idolatrato negli Stati Uniti forse anche più di quanto non lo sia mai stato nella sua stessa Napoli; ma non vi è dubbio che la commozione suscitata traesse anche origine da quel piccolo e insignificante fatto, in sé emblematico, che assurgeva alla grandezza di una vittoria del sentimento sulla barbara violenza della guerra.
Ricordo questa storia perché trent'anni e passa più tardi (nel '43 ero un neonato), e poco dopo avere visto su una vecchia rivista quella famosa fotografia, mi trovai per caso a osservare, e sempre a Napoli, non più un giovane soldato ma un anziano signore in abiti civili che piangeva, questa volta, sulla tomba di Virgilio. Non era un americano ma un tedesco, un distinto Herr Professor dallo sguardo mite, che leggeva con somma attenzione, attraverso occhiali cerchiati d'oro, la scritta ben nota Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Pathenope mentre grosse lacrime gli scendevano lente e dignitose, quasi accademiche, sul viso. Non voleva credere (poiché facemmo conoscenza) ch’io fossi di Mantova, e considerò quel fatto, per lui straordinario, come un segno del cielo; onorandomi infine come se Virgilio fosse stato mio nonno e non un antichissimo concittadino. Quel caro professore sapeva di Mantova e della sua storia' tutto quello che nessun mantovano io credo salvo qualche erudito riuscità mai a sapere; e non mi risparmiò neppure la vergogna, ignorando io il tedesco e lui l'italiano, di parlarmi in latino, e non senza citare di tanto in tanto qualche verso dell'Eneide e delle Bucoliche.
Pochi anni dopo mi toccò di conoscere per ragioni professionali un avvocato francese; e fu un incontro non meno piacevole e sorprendente. Venuto a Mantova, il mio illustre collega mi disse fra l'altro queste precise parole:



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